Pet Therapy e bioetica/3

Il documento del C.N.B. vuole esaminare le linee etiche generali del rapporto con gli animali impiegati in attività legate alla salute e al benessere dell’uomo senza entrare nello specifico di particolari forme di Pet Therapy (Ippoterapia, onoterapia, delfinoterapia).
E’ necessario quindi soffermarsi brevemente sui complessi problemi costituiti dall’addomesticare un cane. La fase di addomesticare un cane richiede l’intervento dell’uomo in almeno tre funzioni fondamentali (protezione, nutrizione, riproduzione in allevamento). Questo intervento ha prodotto, nel tempo, una varietà di rapporti simbiotici che sono genericamente accomunati dall’eliminazione o riduzione dell’aggressività e dalla maggiore o minore ricerca della vicinanza. Tra un animale domestico per eccellenza come il cane e un animale selvatico per eccellenza possiamo individuare tante possibili forme intermedie di interazione che variano a seconda dell’animale, della cultura e del periodo storico.

Il documento non può entrare nel merito di una questione così complessa, ma non può neppure ignorare che tutti questi elementi incidono sulla valutazione bioetica delle pratiche prese in esame. Gran parte delle attività riguardano un numero ristretto di animali sicuramente domestici (cani, gatti, cavalli). Mentre per altre si pone il problema dell’eventuale utilizzo di altre specie (per esempio i delfini). In questo caso, il principio di precauzione, inteso sia come salvaguardare la salute dell’uomo e sia come tutela della specificità animale, impone di escludere da tali pratiche tanto gli animali selvaggi (anche se ammansiti) quanto animali il cui livello di domesticazione è ancora incerto per cui anche se non sussistono evidenti pericoli per l’uomo sono molto probabili riflessi negativi per l’animale. Non deve esserci necessariamente un contrasto di interessi tra gli esseri umani che richiedono un beneficio per la loro salute o benessere e gli animali che contribuiscono a fornirlo; anche se si deve auspicare al raggiungimento di un reciproco vantaggio.
E’ necessario comunque considerare per una crescita di queste attività (per cui sono previste normative ben precise e futuri finanziamenti) la possibilità che all’atto pratico si verifichino alcuni possibili contrasti di interesse sia a scapito degli interessi degli animali sia a scapito dell’uomo in una prospettiva di esclusiva salvaguardia degli interessi animali.
Nello svolgimento dell’analisi bioetica si sono voluti prendere in considerazione i possibili punti di vista delle parti in causa e quelli che possono presumibilmente essere i loro interessi. In questa prospettiva si è cercato di far emergere i punti critici al fine di poterli valutare secondo un quadro di valori il più possibile condiviso e poter dare linee guida e raccomandazioni.
Alla luce della importanza che ha assunto il rispetto degli animali nel mondo occidentale il punto di vista animale, per quanto solo presumibile, è stato preso in considerazione in modo diretto.

L’INTERESSE ANIMALE

Tali pratiche si rivolgono prima di tutto all’interesse di individui in condizioni di disagio o di bisogno per i quali si desidera ottenere un miglioramento della salute attraverso mezzi moralmente leciti compreso l’utilizzo dell’animale come terapeuta.
Quando si utilizzano gli animali per finalità umane sussiste sempre, accanto alla “reificazione”, il forte rischio di una loro “antropomorfizzazione” che può portare a non riconoscere o addirittura a trascurare le loro esigenze specifiche con il conseguente insorgere di situazioni di disagio che, con il tempo, potrebbero configurare vere e proprie forme di maltrattamento.
Secondo una certa prospettiva antropologica la civiltà umana è nata ed è tuttora basata sulla domesticazione di piante e animali. Dunque, la convivenza con gli animali è da considerarsi una condizione ordinaria. La convivenza non coincide e non ha coinciso sempre con il rispetto, anzi, spesso ha determinato una qualche forma di sfruttamento (animali come cibo, mezzi di trasporto, strumenti di lavoro, oggetti di attività ludiche etc.). Anche la Pet Therapy ecc. potrebbe inquadrarsi nel solco di questo sfruttamento.
Gli animali utilizzati per aiutare ragazzi con problemi fisici o psicologici, anziani soli, malati, detenuti, etc., potrebbero andare incontro a forme, più o meno accentuate di disagio, fino a degenerare in stress e malattia; potrebbero subire maltrattamenti e persino episodi di sadismo. Potrebbero anche semplicemente soffrire a causa dell’assenza di un rapporto affettivo univoco e stabile con uno o più soggetti umani.
Non possiamo, inoltre, trascurare il rischio che la Pet Therapy finisca per essere letta come una mera attività ludica che soddisfa le esigenze limitate di soggetti in difficoltà, contribuendo indirettamente a ribadire l’idea falsa, retorica, intollerabile, che stare con gli animali sia da bambini, da devianti, da persone con problemi.
Questi timori sono stati, del resto, già espressi ampiamente in precedenti documenti del C.N.B., in cui si sottolineava l’esigenza di superare i persistenti condizionamenti di una prospettiva integralmente incentrata sul modello antropologico.
Se è impossibile riuscire a compiere quel salto logico che consente di mettersi integralmente nella prospettiva degli animali, tuttavia ogni modello etico deve riuscire almeno a includere l’altro nel proprio orizzonte esistenziale. In questo documento “l’altro” è, appunto, la condizione animale in tutti quegli aspetti che possono essere ricondotti quantomeno ( visto che si potrebbe anche parlare di dignità o integrità animale) alla nozione di benessere animale.
Malgrado gli studi in questo campo siano stati avviati da relativamente poco tempo si hanno a disposizione indicatori di natura analitica, fisiologica, patologica e comportamentale che permettono un certo grado di oggettività nel giudizio, da parte di un veterinario. Se interesse dell’animale è mantenere e possibilmente accrescere il proprio stato di benessere, occorre individuare eventuali possibili condizioni che rechino un vantaggio diretto all’animale inserito A.A.A., T.A.A. o servizio di assistenza.
E’, innanzitutto, doveroso assicurare all’animale una condizione di vita permanentemente migliore di quella che avrebbe avuto altrimenti e tutto ciò anche in momenti di non impiego o dopo l’ impiego. Sotto questo punto di vista, costituirebbe un sicuro beneficio, qualora sia possibile e con le opportune cautele, utilizzare animali presenti nei rifugi in condizioni di vita generalmente misere.
E’, invece, da escludere l’utilizzazione di animali selvatici e, in genere, di specie non domestiche. Forti perplessità, dal punto di vista dell’interesse animale, sussistono sull’utilizzazione dei delfini, per le condizioni di stress che queste attività potrebbero implicare. Stress che si aggiunge alla già innaturale condizione di cattività.
In ogni caso, è buona norma e anzi obbligo morale utilizzare tecniche di addestramento cosiddette “gentili”, quindi non violente. Si può affermare che non sono queste le pratiche dalle quali gli animali hanno maggiormente da temere, sia perché animali malati o maltrattati non sarebbero utili allo scopo, sia perché, per coloro che organizzano la Pet Therapy ecc., questi animali costituiscono un autentico “capitale” di cui avere la massima cura. E’ necessario osservare che tutte le volte in cui questa valvola di sicurezza non dovesse scattare dovrebbe necessariamente intervenire una interruzione dell’attività a tutela della parte più debole, l’animale appunto, a prescindere dai riscontri terapeutici.
Paradossalmente proprio il successo di queste terapie potrebbe ridurre l’attenzione per gli animali per venire incontro alla crescente richiesta di prestazioni. In senso inverso, qualora queste terapie dovessero un giorno risultare meno promettenti delle aspettative iniziali, si pone il problema della sorte riservata agli animali fino a quel momento coinvolti in tali attività. Per questi motivi, occorre definire protocolli terapeutici che permettano di ottenere, al tempo stesso, evidenze scientifiche relative alle patologie umane ed elementi di valutazione delle eventuali situazioni di malessere che potrebbero insorgere negli animali.
Occorre, inoltre, individuare risorse per una vita animale di qualità sufficiente durante e dopo l’impiego terapeutico o assistenziale. In astratto, potrebbero essere soddisfatte le condizioni di benessere attraverso un animale appositamente “prodotto” per gli scopi in esame, definendone la genetica più adatta attraverso la selezione della razza o addirittura con la creazione di una razza oppure con un incrocio di razze e poi allevandolo ed addestrandolo in condizioni di massima adattabilità all’ambiente che dovrà frequentare per il suo impiego. Tuttavia, operazioni di questo genere non appaiono opportune perché, al variare delle condizioni di “programmazione”, potrebbero determinarsi gravi situazioni di mancanza di flessibilità adattiva e quindi di notevole disagio. Invece, sicuramente meno problematica, dal punto di vista etico, è la condizione in cui l’animale viene a trovarsi qualora venga portato in visita al proprietario degente o possa seguire il proprietario ricoverato stabilmente presso una struttura residenziale in alternativa al distacco definitivo.

Fonti:

C.N.B.

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