Aspetti bioetici nella Pet Therapy

Il presupposto bioetico su cui si fonda la Pet Therapy è che tra uomo e animale si instauri una relazione simili alle relazioni interpersonali e che come in ogni rapporto ci sia uno scambio di sentimenti, affetti, emozioni che influenzino in modo reciproco di due soggetti. Da ciò discende la possibilità di impiegare in senso terapeutico tale incontro. Questa è, tuttavia, anche la sfida che la Pet Therapy, da un punto di vista bioetico, deve affrontare: è possibile applicare un modello interattivo e comunicativo al rapporto interspecifico? E se sì, a quali condizioni?
Occorre elaborare un modello che sia rispettoso dell’identità di entrambi i partner e che quindi tenga in considerazione la diversità ma anche dell’asimetricità, inevitabile, del rapporto. Un modello, dunque, che miri alla tutela della dignità dei due soggetti e che sia attuabile e soddisfacente per tutti gli operatori sanitari.

Per quanto riguarda queste due terapie ci sono due filoni di pensiero infatti da una parte troviamo gli animalisti i quali temono che con l’utilizzo degli animali in tali terapie essi vengano considerati come degli “oggetti” e quindi strumentalizzati. Dall’altra ci sono i filosofi tradizionali i quali temono l’elevazione dell’animale a persona e quindi una sorta di antropomorfizzazione dello stesso.
Il principio su cui si basa la Pet Therapy si rifà ad una tradizione filosofica che potremmo definire del rispetto in contrapposizione a quella del dominio dell’animale , caratterizzata dal superamento della visione discontinua tra uomo e animale, cui ha potentemente contribuito la scienza etologica.
La tesi che ci si propone di sostenere è che una Pet Therapy correttamente praticata non solo non rappresenta una strumentalizzazione, secondo l’obiezione animalista, ma può anzi contribuire a promuovere una riabilitazione della figura animale. Analogamente una Pet Therapy correttamente praticata non comporta una indebita antropomorfizzazione dell’animale secondo l’obiezione filosofica tradizionale, ma può anzi contribuire a formare una nuova ‘cultura della percezione’, in cui la diversità animale sia riconosciuta e accettata come valore e l’ uomo sia mantenuto nella sua qualità di soggetto.
Nell’etica interspecifica contemporanea, troviamo una vasta gamma di approcci che vanno dalle teorie dei diritti all’utilitarismo, al contrattualismo, a visioni che si incentrano sui temi della responsabilità e della cura. Ciascuna di queste prospettive presenta elementi interessanti e degni di approfondimento in relazione alle diverse tipologie del rapporto con gli animali, tradizionalmente distinti in selvatici, da compagnia, da reddito.
Il riconoscimento dell’asimmetricità nel rapporto uomo/animale dovrebbe indurre a una condotta etica ispirata al paradigma della cura – che comporta una responsabilità che non prevede reciprocità, nei confronti di soggetti eminentemente deboli.
Per quanto riguarda il significato dell’animale come interlocutore, la comunicazione tra individui di specie diversa dovrebbe favorire un atteggiamento di attenzione e di rispetto nei confronti della bio-diversità. Il rapporto uomo – animale può promuovere modalità di interazioni che facciano vivere tale esperienza al positivo, come occasione di apprendimento e di arricchimento.
Un ulteriore elemento caratteristico della comunicazione interspecifica sembra possa identificarsi nella sua flessibilità, nella sua libertà dai vincoli e dalle regole tipiche del rapporto interumano e, in particolare, della comunicazione verbale. Ciò può consentire un’espressione più libera di sentimenti e di emozioni, la manifestazione spontanea di ansie e paure e, quindi, favorire una migliore comprensione di se stessi (la mia pelosa sembra abbia un sesto senso particolare e capita spesso che si addormenti vicino a me la sera con il suo musetto appoggiato a me) . Si è più volte sottolineato che l’uomo, non sentendosi giudicato dall’interlocutore animale – e qui l’asimmetricità si rivela davvero funzionale – riesce a esprimere se stesso senza inibizioni e a scaricarsi da tensioni e paure spesso inconsce. Da quando c’è Sole con noi è diverso, nel senso che quando rientriamo in casa c’è Lei che ci accoglie tutta gioiosa ci riempie di bacini e coccole (che ovviamente riceve volentieri) e se noi ci spostiamo di stanza lei ci segue dappertutto! E accarezzarla la sera mentre mi guardo un film ha un che di terapeutico, quasi anti-stress passare le mie mani sul suo pelo così morbido e sentire che si abbandona fiduciosa come un bambino si affida ad un adulto.
Alla luce di queste indicazioni di carattere generale, la bioetica dovrà tenere conto delle diverse modalità del rapporto uomo – animale, prendendo in particolare considerazione le variabili che lo definiscono e i fattori che lo influenzano (ad esempio, il tipo di animale scelto, la singola persona, la sua età, il suo sesso, le sue condizioni di salute, la sua storia, l’ambiente di vita, la cultura di provenienza etc.) per predisporre una serie di strategie che rendano tale rapporto rispettoso dell’identità di entrambi i partner, al fine di ottimizzare le possibilità di tale incontro.
Si pensi, per fare un solo esempio, al ruolo che può avere in tale rapporto una cultura di provenienza fortemente antropocentrica, orientata verso un rifiuto della presenza animale, identificata con la negatività, il male, il disordine o, viceversa, una cultura ispirata al rispetto nei confronti del mondo vivente, tollerante, aperta alla diversità, che veda nell’animale un’alterità positiva, un compagno o un referente essenziale per l’uomo.
E’ fondamentale un’educazione all’alterità proprio perché l’incontro interspecifico non sia l’occasione di sottomissione o di appropriazione né si riduca a un gioco di potere o inneschi meccanismi di identificazione.
Certo noi proveniamo da una cultura che non ha sufficientemente tematizzato la diversità, specie quella dell’animale. Le modalità consuete sono state quelle della reificazione (riduzione dell’animale a oggetto, a macchina) o quelle dell’ antropomorfizzazione (interpretazione dell’animale in termini umani).
La riscoperta del ruolo terapeutico degli animali—che sembrava scomparsa nell’era della medicina scientifica—può inquadrarsi nella ricerca dei nuovi modelli di bioetica medica che si richiamano al paradigma del Caring e che assegnano largo spazio a interventi ‘dolci’, basata sul rapporto interpersonale uomo/animale nella cura e nella prevenzione delle malattie. Lo spostamento dell’attenzione dalla malattia al malato e dal malato alla persona—intesa nella sua interezza bio-psichico-storica—può favorire lo studio e l’impiego di terapie complementari che intendono fornire risposte più integrate ai bisogni del malato e che, soprattutto, considerano la malattia non come un fatto isolato, ma come risultato di un complesso di eventi che riguardano biografia, ambiente sociale e situazione storica dell’individuo.
Vi è un forte appello oggi all’umanizzazione della medicina, all’esigenza che si recuperi il nucleo etico essenziale della professione medica. Nell’idea di ‘alleanza terapeutica’ – relazione retta dalla fiducia – ci si riferisce alla disponibilità del medico a identificarsi col paziente, alla sua capacità di ascoltarlo e non solo di ‘auscultarlo’.
Il limitare, infatti, l’intervento medico a un esame oggettivo, a una diagnosi esatta su uno stato del corpo o di una sua parte e a un’eventuale prescrizione terapeutica, può apparire un atto tecnicamente valido. Esso, in realtà, costituisce, oltre che una risposta insufficiente rispetto ai bisogni del paziente, un atto che ignora la base psico-affettiva dello stato di salute e di malattia. Da tale insufficienza potrebbe derivare una riduzione del paziente stesso da soggetto sofferente a oggetto di interesse medico, con una limitazione della potenzialità e dell’efficacia del rapporto terapeutico.
Viceversa, una percezione e un’interpretazione non riduttiva ma più ampia dei bisogni e delle richieste di cui il paziente è portatore, favoriscono una presa in carico non limitata al puro sintomo fisico. Occorre aggiungere che, nell’area del ‘malessere’, delle piccole patologie di origine sociale e psicologica, si manifesta il modo culturale e soggettivo in cui si vive come stato di sofferenza quello che si definisce come malattia.
Ma il Caring può rivelarsi la risposta più appropriata anche quando ci si trovi dinanzi a malattie incurabili, croniche, per cui non esiste una terapia, una cura. Solo una medicina che si prefigga come fine non la guarigione ma il benessere globale dei pazienti incurabili, potrà rispondere al loro bisogno di essere ascoltati, protetti, rassicurati.
In questo quadro, l’impiego delle cosiddette terapie dolci come la Pet Therapy può rivelarsi in sintonia con l’idea di una medicina della cura (Caring) piuttosto che della guarigione.
Se non possiamo pretendere che gli animali diventino i ‘guaritori’ delle nostre malattie, quello che potremmo forse, ragionevolmente, attenderci è che, grazie alla loro presenza, e con l’aiuto di opportune condizioni e strategie appropriate, possa instaurarsi un buon rapporto di cura.

Fonti:

Istituto bioetica

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